Navigation

Questa parola è la traduzione dall’inglese di “biodiversity”, che a sua volta deriva da “biological diversity”, cioè diversità biologica o diversità di forme di vita.
Fino a oggi sono state descritte oltre 1 milione e 700 mila specie, ma in realtà si ipotizza che ne possano esistere oltre 12 milioni e moltissime aspettano ancora di essere scoperte!
Le specie animali sono circa 1.318.000, di cui 1.265.000 invertebrati e 52.500 vertebrati (2.500 pesci, 9.800 uccelli, 8.000 rettili, 4960 anfibi, 4.640 mammiferi).
E poi 10.000 specie di batteri, 72.000 specie di funghi, 50.000 specie di protisti, 270.000 specie di piante. Tutto questo forma l’alfabeto del meraviglioso linguaggio della Natura.
La biodiversità è quindi la ricchezza di forme vita, animali e vegetali, presenti in un certo ambiente o un certo luogo ove anche il più piccolo essere vivente ha una sua funzione indispensabile ed è quindi importantissimo salvaguardare questo equilibrio perchè è proprio grazie alla biodiversità che possiamo ricavare dalla natura il cibo, l’acqua, l’energia e le risorse per vivere.

Ogni specie animale e vegetale preleva dall’ambiente nutrienti diversi, li elabora nel corso della propria esistenza e li ricede al termine del proprio ciclo vitale. Quindi, maggiore è la biodiversità, maggiori saranno i nutrienti a disposizione delle varie specie che saranno oltretutto più forti perchè il loro mangiare sarà più completo e questa pienezza sarà poi trasferita alle parti commestibili per le successive specie che si nutriranno di loro. La biodiversità è anche evoluzione perché il confrontarsi in un ambiente misto, migliora le specie selezionandole per le condizioni pedoclimatiche del momento. La biodiversità infine difende le colture perché impedisce prevalenze e conseguentemente anche attacchi indesiderati. Essa è nella sua semplicità il metodo più antico, più semplice e giusto per produrre cibo, non lasciamoci distrarre dai sensi, il buono ed il bello, sono sacrosanti solamente dopo che i giusti nutrienti del cibo sono stati garantiti perché parliamo di mangiare e come disse Feuerbach “Noi siamo quello che mangiamo” e tutto quello che interessa i nostri sensi dura il momento della degustazione, tutto quello che riguarda il nostro corpo dura una vita anzi ne fissa i limiti di tempo e qualità.

Ho voluto riportare un piccolo brano del libro “Parole di terra. Dal saccheggio della terra al ritorno della comunità” (Pentàgora) ed un articolo "Salviamo i semi" Tratti da : www.Comune-Info.net che mi sono molto piaciuti.

Il nutrimento della terra

di Pierre Rabhi*

Il contadino malaccorto chiede alla terra di nutrirlo senza darle nulla in cambio. In questo caso la terra è come una nutrice che deve allattare molti neonati senza mai mangiare. Ognuno può rendersi conto di come in questo non ci sia né ordine né giustizia. L’anello sacro prevede che la terra nutra le piante, le piante nutrano gli animali, le piante e gli animali nutrano l’essere umano; ma chi nutre la terra? Non possiamo prendere continuamente dalla terra che lavoriamo e seminiamo, senza mai darle niente. Se gli esseri umani non la nutrono, certo non possono farlo animali e piante. Nemmeno la natura può farlo se viene coltivata ogni anno. Il contadino accorto sa che il suo dovere è di nutrire la sua madre terra se vuole che essa lo nutra.
Uno dei presenti disse a Usseinì: “Ciò che dici è giusto, e noi siamo d’accordo. I nostri avi avevano i loro sistemi per rispondere al bisogno della terra di nutrirsi. Quando ero piccolo, facevamo molti piccoli scavi sul terreno molto prima delle semine. Il vento e il tempo vi accumulavano residui vari come in una trappola. Quei resti si sposavano alla terra e seminavamo in quegli scavi. Ciò permetteva, evidentemente, di ottenere raccolti migliori”. Un altro disse: “A casa mia, ogni anno sto attento a spargere sui campi le deiezioni degli animali e anche umane”. Un altro ancora disse: “Ho utilizzato per anni la polvere dei Bianchi. All’inizio raccoglievo molto, ma poco a poco la terra è diventata meno generosa. Ho pensato: Non le do abbastanza. Allora ho aumentato la quantità di polvere, ma questo richiedeva sempre più cauri. Ho smesso, perché non ce la facevo più a pagare, i raccolti non bastavano più. A volte, quando la pioggia era insufficiente, le piante sembravano bruciate dalla polvere e altre volte il raccolto era scarso anche se le piogge erano abbondanti. Siamo stati in molti a rinunciare a quel nutrimento. Per di più, ci siamo accorti che la polvere rendeva la terra secca e dura (….)”.
A queste parole, Usseinì rispose: “Avevamo conoscenze i cui benefici non sono mai stati smentiti. Ciononostante, le abbiamo abbandonate ed è stata una grave perdita. Dobbiamo quindi riscoprirle. Le conoscenze degli esseri umani si sono sempre aggiunte le une alle altre. Oggi, pensiamo che quelle dei Bianchi siano migliori e ci siamo allontanati dalle nostre, a volte considerandole con disprezzo.Ci siamo detti: I Bianchi devono possedere la verità, poiché è evidente che sono ricchi e potenti. I Bianchi hanno senz’altro molte buone cose da insegnare ai loro simili di un altro colore, come hanno anche cose da imparare da loro. Ma non hanno solo cose buone e devono una gran parte della loro prosperità ai beni che hanno avuto a disposizione in tutto il mondo e presso tutti i popoli del mondo. Colui che può mangiare nella ciotola del vicino non ha problemi a ingrassare. Sono stato iniziato dai Bianchi al loro metodo di coltivare la terra. Ma il loro metodo ha rotto l’anello sacro. I loro padri rispettavano la terra, la nutrivano, la proteggevano. A volte davano persino nomi ai loro campi come fossero persone. Muri viventi li proteggevano dal vento, dal caldo e dal freddo. Il contadino sapeva che la terra era viva e sensibile. I nuovi coltivatori hanno voluto che la terra rendesse in abbondanza e in sovrabbondanza per avere sempre più cauri. Hanno fatto un uso sempre maggiore di polvere, di veleni, e di creature di metallo a volte troppo rudi e brutali per la terra. La terra si lamentava ma loro non la sentivano più.

Questi metodi hanno avvelenato la terra, l’acqua e persino il cibo. Perciò ora hanno molto cibo, ma esso non ha più in sé i principi della vita. (….) La natura stessa ha stabilito questo ordine e il contadino accorto deve rispettarlo e perpetuarlo. Perciò quando la terra ci dona un buon raccolto, dobbiamo condividerlo equamente. I cereali, i legumi, la frutta sono per gli esseri umani, il fieno e altre piante per gli animali, e gli scarti vegetali così come le deiezioni animali sono la razione della terra. La terra, come succede nella foresta, si nutre di scarti. Il campo del contadino però non è più amministrato dalla sola natura. È stato sottratto alle cure che la natura elargiva. Il contadino chiede al suo campo di nutrirlo ogni anno e non gli concede riposo. Ma se il contadino non è attento, il campo si stanca e si esaurisce. (….) È molto importante, allora, imparare a mantenere fertili i nostri campi e magari aumentare la loro forza con le nostre cure. Abbiamo il potere di lasciare, da una generazione all’altra, una terra sempre migliore, senza rovinare le terre selvatiche amministrate dalla natura, che sono salutari per lei e per noi”.
Usseinì ci ha accompagnati al bordo di un campo sul quale erano sistemati uno di fianco all’altro dei monticelli di scarti di media altezza e lunghezza. Il nostro iniziatore si è fermato davanti a uno di essi, ha spostato la paglia e ha prelevato una manciata della materia che questa ricopriva. Ha invitato ognuno di noi a fare lo stesso. Ho perciò avuto anch’io in mano quella materia. Era soffice di consistenza, bruna di colore. Odorandola, ho sentito che aveva un buon profumo. I più vecchi tra noi si sono rallegrati, dicendo che quello era proprio l’odore delle foreste della loro infanzia. Io stesso mi sono trovato per un momento immerso nelle sensazioni e nei ricordi del tempo in cui ancora prevaleva l’ordine naturale.
Usseinì ci ha detto: “Avete in mano il vero nutrimento della terra, e questo nutrimento, ciascuno di noi lo può produrre. Bisogna fare molta attenzione a questa operazione, è l’atto più grande con il quale l’essere umano ritrova il suo posto di custode attento a conservare all’anello sacro tutta la sua vitalità. Ciò che la natura crea, la natura è anche capace di trasformare, di digerire. Tutto il villaggio lo sa e nulla viene scartato. Ogni famiglia tratta gli scarti prodotti dalla vita domestica come un bene prezioso. Le foglie secche, le bucce della frutta e della verdura, la polvere raccolta in casa, tutto dev’essere restituito alla terra. Bililà, mia moglie, che come sapete è una guaritrice, incoraggia le donne a queste pratiche che considera salutari, perché i rifiuti sono fonte di germi e di insetti impuri, nocivi al benessere e alla salute dei bambini. In questo modo, il nostro villaggio è libero da sozzure e odori sgradevoli prodotti dalla decomposizione. Ogni famiglia si occupa di radunare i rifiuti raccolti vicino al proprio campo. Alcune famiglie allevano conigli, galline o un maiale. Questi animali si cibano dei rifiuti e restituiscono deiezioni che sono aggiunte a quelle, più consistenti, delle mucche e delle capre, che mischiano le proprie feci alla paglia e alle erbe che servono loro da lettiera. A queste si possono aggiungere le foglie morte, le piume, i peli, la cenere del camino, l’argilla e persino le corna o le ossa degli animali. Come una brava madre raduna tutti gli ingredienti prima di procedere alla cottura del cibo per nutrire la sua famiglia, il contadino e la contadina fanno lo stesso per nutrire il loro campo, ma in realtà si tratta più di una cottura-fermentazione. Se ci si accontenta di spargere gli ingredienti sulla terra, una gran parte verrà perduta e la terra esposta al sole, alla mancanza di acqua e al vento non potrà digerirli. Anche le deiezioni animali, che alcuni tra noi dicono di utilizzare per fertilizzare i campi, perdono una parte importante del loro potere perché hanno lo stesso effetto che hanno certi alimenti crudi nell’essere umano. Come potrete verificare, ogni famiglia ha un luogo speciale per realizzare facilmente l’opera di fermentazione.

Nella scelta del luogo dove siamo adesso, abbiamo tenuto conto di varie esigenze. Per la fermentazione, l’acqua è indispensabile e l’ombra necessaria. Il sole e il vento che inaridisce sono nocivi alla fermentazione e bisogna premunirsi. Perciò qui c’è il pozzo. Accanto al pozzo, c’è un bacino dove abbiamo accumulato la paglia dei cereali e altri scarti. Da due giorni abbiamo riempito il bacino così che la paglia possa essere bene intrisa d’acqua. Il resto dei rifiuti è costituito da deiezioni animali, foglie morte e altri rifiuti. Accanto ai rifiuti vegetali e animali, abbiamo ammassato un monticello di argilla, mentre la cenere è nel paniere che vedete. L’ombra, in caso non ci siano alberi, può essere prodotta costruendo delle coperture di ramaglie o coprendo i cumuli con la paglia, le stuoie o qualsiasi altra cosa. L’importante è che ci sia l’acqua. Se ci sono alberi ombrosi e acqua nello stesso luogo, quello è il posto migliore.
Alcune famiglie, per comodità o per accordi tra loro, si sono radunate in luoghi comuni per realizzare insieme le opere per la fermentazione. Tutte le soluzioni vanno bene, fintanto che vengano rispettate le raccomandazioni indispensabili. Gli scarti animali e vegetali, l’argilla, la cenere del legno, l’acqua e l’ombra insieme, ci danno tutto il necessario per una buona fermentazione. Come vedete, i cumuli riposano per terra, riposano nella terra. Questa vicinanza con la terra è molto benefica. Per facilitarla, abbiamo scavato quattro fossi larghi due piedi e lunghi quattro, profondi solo un palmo. Le fosse sono della stessa grandezza e sono una accanto all’altra. Solo un passo le separa. La terra scavata viene messa da parte e verrà utilizzata per ricoprire i cumuli o per essere mischiata a essi poco a poco. In questo modo abbiamo creato delle specie di marmitte per la cottura-fermentazione, che dura sessanta giorni, e che si conclude con la nascita della materia nera. Ora, insieme, costruiremo un cumulo nella fossa vuota, così che siate in grado in futuro di fare la vostra pentola di fermentazione”.
Usseinì si liberò del mantello, prese un attrezzo piatto di ferro e sparse l’argilla sul fondo della fossa dicendo: “Non dobbiamo dimenticare che l’acqua è necessaria alla fermentazione ma la terra potrebbe assorbirla troppo velocemente. Allora ricorro al potere dell’argilla per impedirle la fuga. Perciò, la spargo in modo uniforme con uno spessore di circa quattro dita. Poi bagno l’argilla con tre o quattro secchi d’acqua. Spargo le deiezioni animali nello stesso modo e con lo stesso spessore dell’argilla, e bagno anche quelle. Il letame animale contiene sostanze molto utili alla terra. Sopra il letame, stendo la paglia e gli scarti che prendo dal bacile in cui sono rimasti a bagno per due giorni. Questa volta, lo spessore è di un palmo. L’acqua in eccesso si sparge sull’argilla e sul letame e non va perduta. Poiché i diversi strati devono compattarsi, cammino sulla paglia e la costringo a stringersi, ma senza esagerare. A questo punto spargo qualche pugno di cenere di legna come quando si aggiunge il sale alle pietanze”.
Dopo aver completato l’opera, Usseinì ci invitò a provare anche noi a costruire un cumulo come ci aveva insegnato (….). Uno di noi ha detto a Usseinì: “La presenza della terra, dell’acqua e del soffio ci sembra evidente, ma il fuoco ci stupisce. Ci potresti spiegare?”. Il nostro iniziatore ha attirato la nostra attenzione su uno dei cumuli davanti al nostro e ha risposto: “Capisco il vostro stupore, è lo stesso che provai io stesso durante la mia iniziazione. Eppure è vero che il cumulo si riscalda nei primi giorni. Questo che vediamo è stato rivoltato una prima volta poco tempo fa. Ha diciotto giorni. Il fuoco è moderato adesso, ma lo potete sentire appoggiandovi la mano”.
Abbiamo messo le mani nel corpo del cumulo e ci siamo resi conto che era vero. “I primi tempi – continuò Usseinì – il calore è tale che non ci permette di tenere la mano nel cumulo. È come una forte febbre. Si può dire che il cumulo ha la febbre come se fosse un essere umano. La febbre purifica il corpo dai germi cattivi. L’acqua se ne libera evaporando e traspira, proprio come un essere umano. Il cumulo diventa la pentola per cuocere gli ingredienti. Con il fuoco e l’acqua, gli ingredienti si rammolliscono, gli odori si spandono proprio come da una pentola. Ciononostante, per evitare di bruciare e rovinare gli ingredienti, il fuoco alto non deve durare che tre o quattro giorni. Dobbiamo abbassarlo come fa la cuoca, aggiungendo acqua alla pentola. Perciò spargiamo acqua finché non riusciamo a tenere la mano nel cumulo. La febbre deve continuare la sua opera salutare, ma senza eccessi distruttivi”. (….)

Tratto da “Parole di terra. Dal saccheggio della terra al ritorno della comunità” (Pentàgora)

* Contadino, scrittore e filosofo di origine algerina, Pierre Rabhi è uno dei pionieri dell’agroecologia e dell’agricoltura contadina, si occupa dei temi della decrescita e della lotta contro la desertificazione

Salviamo i semi Da comune-info.net

Salviamo i semi Da comune-info.net

Articolo e foto di Daniela Di Bartolo

Articolo e foto di Daniela Di Bartolo
Un cocomero nello scaffale di un supermercato nel nord della Baviera a febbraio… Sorgenti di acqua minerale del Cilento vendute a grandi multinazionali. Sementi scomparse perché non convenienti economicamente. Frutta e verdura scartate, quindi buttate, perché fuori dai canoni normativi del mercato. Monocoltura intensiva. E ancora: che il peperone Angello, un peperone senza semi all’interno, creato dalla Sygenta (dicono per facilitare il lavoro della casalinga), riceva il riconoscimento Fruit Logistica Innovation Award (2012) e possa essere distribuito in tutto il mondo (dalla Sygenta) … Beh! tutto questo fa pensare e pure rabbrividire.
Come dice Pierre Rabhi, nel film-documentario Au nome de la terre‚ i beni comuni (e con questo si intende Acqua, Terra, Semi …) sono oggetto di speculazione. In parole povere le multinazionali traggono profitto dai beni-comuni. Intanto, poteri rampanti della cosiddetta green economy, lo fanno o lo farebbero. E comunque il pensare comune é il guadagno, ma non di salute e di benessere … solo ed esclusivamente di soldi. Senza guadagno e senza soldi ogni progetto, ogni azione perde, nella nostra misera attualitá, di interesse.

Eppure sempre piú persone abbracciano la filosofia della condivisione, dell’amore incondizionato per la Terra, della gioia di vita, dei semi liberi. In momenti di felicitá si potrebbe paragonare quasi a un’onda, quella che Paul Hawken ha definito una “moltitudine inarrestabile” di piccole azioni e tante persone coraggiose che giorno per giorno e sempre di piú in silenzio si muovono per le stesse cause su tutto il pianeta.
Nel 2010 é uscito Soluzioni locali per un disordine globale, un film della regista francese Coline Serreau, nota ai più per Pianeta Verde (La Belle Verte) del 1996. Ricordate la locandina? Un pomodoro quadrato! Quadrato per poter soddisfare lunghi trasporti sempre più ottimizzati. Da qualche parte ho pure letto che ci hanno effettivamente provato in laboratorio … ma l’esperimento non é andato a termine come desiderato.
Nel documentario la regista incontra persone che applicano le proprie soluzioni ai disordini ambientali sparse in tutto il nostro pianeta, da Pierre Rabhi a Vandana Shiva, da Kokopelli a Serge Latouche e molti altri. Con questo lavoro vuole mostrare che ci sono in tutto il mondo, persone che, senza saperlo, fanno la stessa cosa, hanno la stessa filosofia di vita e utilizzano le stesse pratiche con Madre Terra, mettendo inoltre in evidenza l’universalità delle soluzioni, così come la loro profonda semplicità.

Seminare cambiamento

Se c’è una carestia, non mangeremo certo i nostri telefonini o i nostri computer! È fondamentale fare in modo che la gente ritorni alla terra oltre che a delimitare, intorno alle cittá, terreni da seminare, limitando cosí ulteriori aree edificabili. E non domani, ma oggi stesso.
In Germania nel 2014 nasce, da un’idea di due ragazze, Lea e Tanja, sulla scia diTaste the Waste, Culinary misfits: laboratorio, caffé e ristorante insieme, dove vengono utilizzate verdure e ortaggi la cui forma non rientra nelle norme dell’industria e che altrimenti verrebbero scartati … in poche parole: buttati! Oltre all’utilizzo delle vecchie, buone e nutrienti erbe spontanee.
Ad Iphofen – nel nord della Baviera – dal 2011 Barbara Keller organizza, col marito e il loro laboratorio Open house,

ogni anno a febbraio, il Festival della semenza. Loro stessi hanno cercato, salvato e ora coltivano varie antiche sementi di legumi e patate per esempio. Due anni fa hanno ospitato all’evento annuale anche Vandana Shiva che, con Benedikt Haerlin (il berlinese d’adozione conosciuto per la direzione europea di Save our seeds – salva i nostri semi – e per la sua lotta alla manipolazione genetica dei semi), hanno contribuito affinchè i semi non siano completamente nelle mani delle multinazionali; l’uno a livello europeo anche istituzionale, l’altra ormai a livello globale.
Nel Golfo di Policastro dal 2008 Maria De Biase porta avanti una “rivoluzione sostenibile” ormai in piú istituti scolastici nel Basso Cilento, di cui è preside (come sanno bene i lettori e le lettrici di Comune, tra i primi a dare spazio a Maria,La scuola della terra). Il progetto è ispirato alla transizione e inserisce nella programmazione didattica la costruzione di strumenti che mettono i piccoli in grado di governare – anziché subire – gli inevitabili futuri scenari economici e sociali legati ai cambiamenti climatici e alla necessità di diminuire l’uso dei combustibili fossili. Lei sta seminando amore, si vede quando i bimbi la incontrano per strada o da quello che i bimbi raccontano a casa ai genitori. Dall’orto sinergico, alle merende col pane e l’olio, dalla raccolta dell’olio esausto per farne saponi alla costruzione di compostiere nelle case di concittadini interessati … Lo scorso dicembre é stata pure insignita del Premio di Cittadino europeo 2014 dalla Comunitá europea. Qualcuno la definí nel Golfo la Preside-Terra-terra in modo dispregiativo, quel

nomignolo … le ha portato proprio fortuna a lei e a tutti i bimbi che hanno la fortuna di frequentare i suoi istituti.
Ovunque nascono gruppi di Salvatori di Semi. Incontri di scambi di semi, talee e marze brulicano in tutta Italia, in tutta Europa. In Lombardia vari Orti Botanici Universitari si sono uniti in una rete e hanno lanciato una bellissima pratica dal nome Adotta un seme.
Insomma, pare che piantare il cambiamento sia una questione di semi.
Di chi sono i semi?
Di certo, la libertà di gestire i semi e la libertà dei coltivatori sono minacciate dainuovi diritti di proprietà e dalle nuove tecnologie che stanno trasformando i semi da bene comune condiviso del mondo contadino a un bene di consumo sotto il controllo centralizzato delle multinazionali.

Per chiarire un po‘ la situazione attuale, che pare molto confusa e spesso manipolata occorre precisare che in Europa non é vietato scambiarsi i semi e neppure coltivare i propri semi … Non é legale solo vendere la produzione che deriva da coltivazioni di semi non contenuti nel Registro europeo dei semi o nel Registro Nazionale delle varietá. Per vendere gli ortaggi, le verdure, i frutti insomma bisogna utilizzare i semi previsti dal Registro Nazionale delle Varietà ossia quelli, almeno per quanto riguarda l’Italia, registrati come semi autoctoni antichi e comunicati dalle varie Regioni italiane.
I semi registrati devono avere la caratteristica di mantenere nel tempo la loro consistenza e restare omogenei (forma, grandezza, peso). Da un lato é positivo, troppe “improvvisazioni” ci porterebbero comunque alla perdita di sementi e a frutti inmangiabili, dall’altro nasce un ulteriore pericolo, sia per la nostra biodiversitá che per la perdita di semi locali scelti e selezionati con dedizione con anni e anni di lavoro. La protezione delle varietà iscritte al Registro delle varietá europee, dura pure fino a vent’anni e prevede come unico distributore di tale seme chi sia riuscito a registrarlo: per i piccoli o medi un’azione quasi priva di speranze di riuscita.
Di norma peró vengono acquistati i semi o le piantine, perché fare il semenzaio é un lungo lavoro che richiede molta pazienza, cura e attenzione. Si tratta ormai quasi esclusivamente di semi ibridi (detti F1). Questi semi sonoselezionati soprattutto per produrre molto, e a prescindere dalle realtà locali (terreno, clima, …), soltanto grazie all’impiego di abbondanti concimazioni con nitrati e di potenti trattamenti con pesticidi. Sono inoltre pensati per legare il cliente a riacquistare annualmente altre piantine. Difatti i semi che queste creature producono a loro volta, se riseminati, danno una produzione imprevedibile ed eterogenea, quindi invendibile e a lungo andare anche non più sicura per l‘alimentazione. È così i coltivatori comuni sono costretti ogni anno a comprare i semi dalle multinazionali.
I semi antichi, ossia i semi che i nostri nonni tenevano in serbo per le nuove semine annuali, erano semi scelti, adatti alle nostre terre, al clima … Poi un giorno con l’industria e il consumismo tutto é svanito e oggi piano, piano persone attente e sensibili stanno prendendo coscienza del danno. Ogni anno cosí, per comoditá e perché sennò non ne vale la pena, non conviene (!) ripiantano piantine bell’e fatte che si vendono in contenitori di plastica o di polistirolo, che poi svolazzano e si spargono solitamente nell’ambiente oppure vengono bruciate in faló, sprigionando ulteriore diossina!

Così i pomodori San Marzano arrivano dalla Cina e in Italia quasi quasi non si trovano più. Acquistiamo aglio pure cinese … specie antiche e locali dai gusti speciali vengono abbandonate, come l’aglio rosso di Sulmona (ai tempi della mia nonna era l’aglio della Vallata Peligna), … solo per fare qualche esempio. Il Sechium edule, noto pure come Chayote, masciuscio, zucca spinosa, … arrivó in Italia dall’America latina con i nostri primi emigranti di inizio Novecento: una manna, una pianta perenne che ogni anno regala in autunno per gran parte dell’inverno generosamente e con minimo impegno centinaia di frutti (per questo viene pure chiamata zucca centenaria) ricchi di vitamine, diuretici e nutrienti: la vergogna lo trasformó non molti anni fa in cibo per i maiali e poi neanche piú per loro. La prima pianta l’ho vista in una dimenticata contrada del Basso Cilento.

La Casa delle erbe

Ma perché é importante la biodiversitá? Eccovi un esempio chiaro e succinto: nel 1845 l’Irlanda visse un‘ennesima carestia, conosciuta nella storia come la Grande carestia. L’arrivo del fungo della peronospera distrusse tutto il raccolto di patate, allora alimento principale e quasi unico. Ai tempi veniva coltivata solo una specie, che si ripiantava da raccolto a raccolto, chiamata Lumper. L’arrivo della peronospera distrusse ogni raccolto quell‘anno e fu causa del decesso di oltre un milione di irlandesi!

Dal 2003 al 2015 ho vissuto per scelta con il mio compagno di vita nel Basso Cilento e ora in Abruzzo. Dove abitavamo prima ormai non sapevo piú cosa mangiare tra scandali, truffe alimentari (pure del biologico) e inquinamento. Di conseguenza anche la scelta di coltivare un orto naturale, che poi negli anni si é trasformato in orto sinergico e dopo varie distruzioni di quest’ultimo (prima sofferte poi apprezzate come un dono) ho iniziato ad approfondire una mia vecchia passione, le piante spontanee. Ho creato la mia Casa delle erbe doveessicco le piante raccolte e le trasformo, in grande semplicitá e a costi minimi, in oleoliti, tinture madre e tisane, e una piccola banca di semi di piante officinali autoctone, che da quattro/cinque anni distribuisco a tutti coloro che sono interessati, via posta o di persona. Le erbe aromatiche, che poi utilizzo sia per le cure del corpo e per la cucina, proteggono, aiutano e migliorano la coltivazione delle colture ortive (leggi anche la propostaDiffondiamo le Case delle erbe).
Oggi salvare i semi é un’azione importante come imparare a leggere e a scrivere. I semi liberi sono Vita. I media iniziano sempre di più a trattare questi temi e addirittura la Fao ha nominato il 2015 l’anno del suolo. Se non vengono adottati nuovi approcci, nel 2050 l’ammontare globale di terreni coltivabili e produttivi pro capite sarà pari a solo un quarto del livello del 1960.
Tornare ai rituali, attendere le stagioni – godendone di ognuna -, scegliere i semi, preparare le semenzaie, trapiantare, preparare trattamenti naturali e infine raccogliere e mangiare. Tutto ció é il far tesoro di un lavoro realizzato da esperienze e fatiche del passato e di ogni giorno non in laboratorio, con l’intento di creare dipendenze o profitti, bensì fatto in campo aperto, per creare solidarietà e mutuo sostegno fra i contadini.