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Storia

La storia dei Falisci è quella di un popolo in perenne lotta con la sua libertà ed indipendenza; è la segnata dall’ amicizia con Veio e dalla vicinanza con Roma, dalla quale dovettero difendersi nel corso dei secoli, uscendone sconfitti.
Faleri Veteres la cui fondazione è attribuita dalla gettenda al mitico Argivo Halesus, fu distrutta dai romani nel 240AC e gli abitanti superstiti ricostruirono una nuova città poco distante sempre chiamandola Falerii.
Nel 773 fù conquistata dai Longobardi e successivamente saccheggiata dai Normanni motivo per cui gli abitanti, tornarono all’originario sito rifondando l’attuale Civita Castellana.

Dalla nostra Azienda fu estratto il materiale per la costruzione delle mura di Falerii utilizzato poi dagli abitanti come complesso cimiteriale della città con anche le catacombe dove, nel 313 D.C., furono martirizzati i Santi Gratiliano e Felicissima.
Numerosi sono stati i ritrovamenti tra cui una Kilix a figure rosse, raffigurante due giovani che si baciano sulla quale è scritto:”FOIED VINO PAFO CRA CAREFO”(Oggi berrò vino domani non ne avrò).
Faleri è oggi una frazione di Fabrica di Roma, piccola cittadina tranquilla ed operosa di 8400 Abitanti la cui economia è tutta basata sull’Agricoltura e sulla produzione della ceramica.

Faleri

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I Falisci

La storia dei Falisci è quella di un popolo in perenne lotta per la propria libertà ed indipendenza.
La presenza di insediamenti umani nella zona, la cui economia e sussistenza era prevalentemente basata sull’agricoltura e sull’allevamento, si può far risalire con sicurezza al Neolitico, (fine V-IV millennio A.C.). Il ceppo linguistico dei Falisci ricade nell’area indoeuropea, in cui sono comprese altre lingue dell’Italia Antica tra cui il latino: le due parlate infatti hanno una radice comune “protolatina” che risale a periodi molto antichi, presumibilmente all’età del Bronzo (II Millennio A.C.) in cui i Falisci ed i Latini vivevano in un territorio comune.
Controverse rimangono le ipotesi formulate sull’origine dell’insediamento di Falerii Veteres la cui fondazione è attribuita dalla leggenda alla mitica figura dell’argivo Halesus eroe mitologico della città; l’etimologia del nome sembra, invece, attinente alla base mediterranea “fala” = “altura arrotondata” riferita ai primi nuclei insediativi individuati sull’altura di Monteranno. Il territorio si estendeva da Sutri a Est, a Orte a Nord, costeggiando il Tevere ad Ovest ed a Sud il Monte Soratte sino a Capena.
Sulle divinità indigene venerate dai Falisci, non si hanno che notizie indirette ed imprecise. Da fonti letterarie e storiche integrate da documenti epigrafici ed iconografici, si può ragionevolmente presupporre l’esistenza del culto di Mercurio, Apollo, Cerere, Libero e Minerva.
L’associazione di quest’ultima in una triade pari a quella romana è testimoniata dalla certezza che un tempio di Minerva capta fu dedicato sul Celio, in seguito alla conquista romana di Falerii Veteres e dopo aver asportato dalla città conquistata, un simulacro della dea.
La capitale dei Falisci, Falerii, raggiunge il massimo splendore nel periodo arcaico (VI secolo A.C.) ed in questo periodo si assiste ad una forte ellenizzazione della cultura falisca testimoniata dall’abilità degli artisti impegnati nella produzione di piccoli oggetti o di grandi statue di terracotta che mostra numerosi punti di contatto con l’analoga produzione greca, in particolare Attica.

Le forme in ceramica maggiormente prodotte sono il cratere a calice ed a campana (l’Oinochoae, la Kylix e lo Stamnos); i temi più rappresentati sono quelli dionisiaci quelli cioè, legati alla sfera del dio Dionisio, il Bacco dei Latini, dio del vino.
Nell’anno 438 a.C. Falisci e Veienti coalizzati in difesa di Fidene (l’attuale Castel Giubileo) che s’era ribellata ai romani scacciando la guarnigione che le era stata imposta.
I romani mandarono un esercito per soffocare la ribellione.
Falerii Veteres e Veio, il cui territorio era a diretto contatto con quello di Fidene si sentirono minacciate dalla prepotente espansione di Roma, il cui c arattere aggressivo e bellicoso costituiva un elemento di disturbo nei rapporti di buon vicinato stabilitosi tra loro da secoli. Di conseguenza fu inevitabile lo scontro armato tra i Romani e le tre città coalizzate. L’entusiasmo combattivo dei Falisci e l’avvedutezza dei Veienti e Fidenati nulla poterono di fronte alla potente organizzazione militare e all’efficace tattica dei Romani.
La battaglia fu disastrosa per gli alleati. Lo stesso Re di Veio, Tolumnio, rimase ucciso in battaglia per mano del tribuno Aulo Cornelio Cosso, il quale, dopo aver spogliato il re delle sue armi, le offrì in dono al tempio di Giove ove rimasero fino al tempo di Augusto.
Iniziò un periodo di scontri sporadici; Veio, Fidene e Falerii Veteres cercarono aiuti e alleanze con le altre città etrusche che rifiutarono a causa d’invidie e rivalità reciproche. I Romani che non avevano mai dimenticato le difficoltà provocate da Veio e i suoi alleati falisci, mentr’era impegnata a difendersi da Equi e Volsci, nel 396 A.C. conquistano e distruggono Veio; l’anno successivo è la volta di Capena e, ben presto anche Sutri e Nepi cadono nelle mani di Roma. Lo scontro diretto è ora tra quest’ultima e Falerii che capitola nel 394 A.C. Fu Marco Furio Camillo il comandante degli eserciti romani, lo stesso che introdusse lo “stipendium”, la famosa “cinquina” per pagare lo stipendio ai soldati, lo stesso che dieci anni dopo scacciò Brenno Re dei Galli.
Si narra a tal proposito, che Brenno dopo aver appiccato il fuoco a tutta Roma, chiese per andarsene, non so quanti chili d’oro e impose, per pesarli, una bilancia che rubava.
I Senatori romani protestarono, e Brenno allora, buttò sul piatto dei pesi anche la sua spada, pronunciando la famosa frase “Vae Victis!”, “Guai ai Vinti!”. Al che Marco Furio Camillo rispose: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”, “la Patria si restaura con il ferro, non con l’oro”; si mise a capo di un risorto esercito e scacciò l’invasore.
Nel 241 le vessazioni romane, soprattutto amministrative e fiscali, inducono i Falisci a nuove ribellioni che hanno un tragico epilogo.
Falerii Veteres (Civita Castellana) viene totalmente distrutta e riedificata in pianura in posizione facilmente espugnabile a circa 5 chilometri; la nuova città è chiamata FALERII NOVI) per distinguerla dall’antica FALERII VETERES. L’infelice posizione difensiva della nuova città era compensata dalle ricchezze naturali del luogo, dalle buone acque sorgive, dal terreno fertile e di facile coltivazione.
Per difendere in qualche modo questa città, intorno al 210 a.C. fu costruita una poderosa cinta muraria, con enormi blocchi di tufo rosso disposti di testa e di taglio, a filari alternati, senza malta secondo la tecnica Etrusca. Le mura, che sussistono ancora, si sviluppano per un perimetro d’oltre due chilometri, racchiudendo una superficie di circa 28 ettari. Esse erano rinforzate da 50 torri quadrate sporgenti all’esterno della cinta. Lo spessore delle mura è di due metri e l’accesso alla città era agevolato da nove porte monumentali. Le più importanti erano quattro e s’aprivano verso i quattro punti cardinali. Emerge, fra tutte, per architettura la ” Porta di Giove”. Nella città confluivano le seguenti strade: la via Annia-Amerina, che collegava la Cassia alla Flaminia; la via Sacra, che collegava la nuova città e la Valle dei Templi di Falerii Veteres; la via Cimina, che andava verso i monti Cimini; la via Sutrina, che portava a Sutri. Durante il periodo imperiale, il Cristianesimo penetrò anche a Falerii Novi. A poca distanza dalla “Porta di Giove” si trova un complesso di catacombe dei santi Gratiliano e Felicissima ricavate dalla cava che ha fornito il materiale da costruzione della cinta muraria della città di Falerii Novi.
La tradizione attesta che a Falerii Novi nel 304 d.C. furono martirizzati i santi Gratiliano e Felicissima che furono dichiarati nel 1952 dal Vescovo di Civita Castellana Mons. Roberto Massimiliani protettori dell’Azione Cattolica diocesana. La caratteristica più saliente dell’impianto cimiteriale è certamente la gran larghezza delle gallerie, che in alcuni punti è superiore ai tre metri.
Per la cronologia generale del cimitero non si dispongono elementi particolarmente indicativi ma, si suppone che possa essere stato frequentato dal III al V secolo. La localizzazione delle catacombe nel territorio e quindi lo sviluppo del cristianesimo non a caso segue i tracciati delle maggiori vie consolari. Il gran numero di sepolture collocate nelle Catacombe SS GRATILIANO E FELICISSIMA fanno altresì supporre che siano state utilizzate come area comunitaria a servizio dei vari insediamenti lungo la via Amerina.
In questo monumento le sepolture sembrano ricordare un tenore di vita piuttosto modesto; una testimonianza è rappresentata dall’uso dei tegoloni in terra cotta per chiudere i loculi, che poi erano intonacati di bianco e quindi facilmente utilizzabili per le iscrizioni. Proprio in prossimità delle necropoli falisco-romane, è stata impiantata una necropoli paleocristiana che ne ricalca le forme e la tipologia. Tra le necropoli antiche e le catacombe esiste una continuità storica ed un modo analogo di rapportarsi all’ambiente naturale.
Nel X secolo la città fu distrutta dai Normanni e nel 1143 la città di Falerii fu trasformata in monastero dai padri Benedettini a cui seguirono i Circestensi e che furono in seguito aggregati al monastero di San Giusto in Tuscania. Nel 1400 circa, dopo che fu lasciata dai monaci Circestensi, l’abbazia fu data in commenda a diversi Cardinali sino ad arrivare al 1597 quando la città fu lasciata in completo stato d’abbandono, così come trovasi tuttora. Tra le principali cause che hanno determinato l’abbandono di Falerii Novi, primeggiano senza dubbio le invasioni Barbariche che tra il III e V secolo si rovesciarono ad ondate sulle terre di tutto l’impero; dopo la distruzione nel 773 da parte del Re Longobardo Desiderio e in seguito da parte dei Normanni, priva com’era di baluardi naturali, gli abitanti di Falerii Novi cercarono rifugio nella loro città madre Falerii Veteres delimitata da profondi burroni, ricostruendo così l’attuale Civita Castellana.
Civita Castellana risorta sullo stesso luogo dell’antica Falerii Veteres ospitò l’antipapa Clemente III durante la lotta tra Gregorio VII ed Enrico IV ed assistette alla sua morte nel 1100. Nell’anno 1492 il Cardinale Rodrigo Borgia divenuto pontefice con il nome di Alessandro VI fece costruire il Forte Sangallo. L’imponente rocca costituisce uno degli esempi più notevoli e meglio conservati dell’architettura militare dei secoli XV e XVI. Il progetto fu inizialmente affidato ad Antonio da Sangallo il Vecchio che trasformò l’impianto di un precedente castello medioevale in una poderosa fortezza. La costruzione perse successivamente la sua specifica funzione militare e diventò dimora papale ospitando numerosi pontefici tra cui Pio VI e Pio VII.
Durante il Risorgimento fu trasformata in prigione e fu tristemente nota col nome di “Bastiglia dello Stato Pontificio”. Nel 1977 è stata trasformata in Museo, rappresentando un’organica testimonianza della storia e della cultura del territorio.
L’ Azienda dista 500 metri dall’antica città Falisca di FALERII NOVI. Sulla sua proprietà sono presenti numerosi reperti archeologici tra cui particolarmente importanti sono: le CATACOMBE DI SANTA FELICISSIMA e di SAN GRATILIANO, i numerosi tumuli Falisco-Romani inseriti in una via funeraria ed i resti della strada AMERINA.
Nei pressi della nostra Azienda è stata ritrovata una Kilix a figure rosse, oggi conservata nel Museo Nazionale di Villa Giulia, raffigurante due giovani che si baciano che sembra anticipare il problema esistenziale del godimento e dell’oggi. Una sorta di “carpe diem” che invita all’amore, alla libagione, e che diviene esortazione a godere della giovinezza.
Su di essa vi è scritto: “FOIED VINO PAFO CRA CAREFO”
Che tradotto significa: OGGI BERRO’ VINO DOMANI NON NE’ AVRO’.
Purtroppo tutti i reperti a causa dell’ottusità dei nostri governanti sono in non splendide condizioni di conservazione.

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Piccole note sulla vita di San Gratiliano e Santa Felicissima

S. Gratiliano era il figlio di una nobile famiglia che ai tempi della tetrarchia romana viveva a Falerii ed il capofamiglia, Massimiliano, era un grande amico del governatore della città,Trasone.
Il giovane Gratiliano, amico di San Lanno, fu aperto da questi al vangelo e successivamente al battesimo all’insaputa dei suoi, che già vivevano nel sospetto; e quando una sera egli si rifiutò di partecipare ad una cerimonia in onore dei Lari fu sottoposto ad interrogatorio nel quale il giovane confessò la sua nuova fede con divino fervore.
I genitori rimasero sbalorditi e la loro disperazione raggiunse il massimo grado quando il Governatore fece sapere loro che era a conoscenza di tutto e li pregava di indurre il figlio a rinunciare al cristianesimo, altrimenti avrebbe dovuto procedere inesorabilmente contro di lui ( era questo il tempo in cui le persecuzioni di Diocleziano infierivano contro i cristiani).
Gratiliano fu arrestato, rinchiuso in carcere e poichè le sentenze per l’alta aristocrazia erano riservate all’autorità imperiale, il Governatore Trasone scrisse a questi.
Intanto i genitori del giovane sedicenne riuscirono ad avere la possibilità di visitarlo in carcere e,insieme ai genitori, molti altri si avvicinarono a lui convertendosi alla religione cristiana come avvenne per Felicissima, una giovane cieca che appena battezzata da Gratiliano riacquistò la vista.
L’imperatore rispose a Trasone dicendogli “…Se non sacrificherà ai grandi dei, fagli subire varie pene e mettilo a morte. Se poi consentirà agli atti del nostro culto, mandalo da Noi e gli daremo un posto dei primi alla corte…” Il Magistrato ed i genitori tentarono di convincere il giovane, ma questi fu irremovibile e Trasone, essendo venuto a conoscenza del miracolo che Gratiliano aveva operato su Felicissima e considerandolo uno straordinario evento di magia, fece chiamare i due giovani ed iniziò il processo.

Il magistrato irato per la loro fermezza diede prima ordine ai soldati di frantumare con una pietra i denti ai due giovani e poi di condurli al supplizio. Giunti sulla riva di un torrente, tra l’antica Falerii e Falerii novi, i soldati si fermarono ed i due giovani, in ginocchio, chinarono le loro giovani teste che caddero nel torrente recise dalla spada.
Era il 12 agosto del 313 d.c. Il padre di Gratiliano acquistò quel terreno e vi fece costruire un sepolcro dove depose i corpi dei due giovanetti. La notizia del supplizio dei due martiri si sparse ovunque e destò molta impressione specialmente quando si seppe che i due dopo tre giorni comparvero in sogno ai genitori di Gratiliano annunciando che era stata concessa la pace alla chiesa di Dio e la morte di Trasone per ordine dell’imperatore.
Il culto dei due giovani Martiri nacque immediatamente e si diffuse per tutta la Tuscia con la costruzione di numerose chiese a loro dedicate.
Nel 1437 Capranica chiede a Civita Castellana la sacra reliquia della Testa di Gratiliano. L’allora Cardinale Paolo Cesi, amministratore e vescovo della città del Santo, la donò al vescovo di Sutri e questi a Capranica. La reliquia venne posta nell’ancora esistente chiesa dedicata alla Madonna del Ruscello e il Santo fu venerato e festeggiato il 12 agosto di ogni anno.
Il custode di quella chiesa era un eremita sognò più volte il Santo che gli ordinava di trasferire la sua Sacra Testa a Bassano. L’eremita così nel 1489 si mise in cammino per Bassano e arrivato nei pressi del paese, dove oggi sorge la Chiesa di S. Gratiliano, la Sacra Testa uscì dall’urna e sparì fra i cespugli. L’eremita informò i bassanesi dell’accaduto i quali corsero in massa alla ricerca della reliquia che fu ritrovata risplendente come il sole, fu raccolta e posta nella chiesa parrocchiale dove ancora oggi si trova.

“Dagli atti della Passione di S.Gratiliano e Santa Felicissima”

Il Processo

Quanto al sac. Eutizio e Felicissima, aveva comandato Trasone ai suoi sbirri: “Prendeteli come potete”.
Felicissima apprendeva dalla bocca di S. Eutizio la dottrina cristiana o, come si esprime la fonte agiografica, imparava ad amare Cristo. Piombarono all’improwiso le guardie e afferrarono Felicissima, mentre nell’oscurità riusciva a dileguarsi S. Eutizio, memore del detto evangelico: Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra (Mt.l0,23). Fu trascinata nella prigione dove era rinchiuso Gratiliano, nella cella dei condannati alla pena capitale.
Il giorno seguente entrambi furono portati avanti al magistrato nel foro per un processo pubblico. L’accusa rivolta a Gratiliano fu di magia e maleficio. Rivolto a Gratiliano, lo riprese: “Dove hai imparato a compiere tali malefici, per sedurre anche altri?” Precisa calmo Gratiliano: “Questi non sono malefici, bensì benefici di Cristo, il quale non permette che io sia vinto dal diavolo, padre tuo”. Sentito menzionare il diavolo, Felicissima insisté con angelico candore: “Perché ti lasci convincere dal diavolo, infliggendo pene ai servi di Dio?” Anche lei si professava con orgoglio serva di Dio: servire Dio, infatti, è regnare.
Il magistrato, adirato a tanta audacia, ordinò la frantumazione della loro bocca con una pietra: crudele strumento di supplizio riservato a chi bestemmiasse gli dèi. Intanto il pubblico rumoreggiava indignato a tanta crudeltà. Esaurita la sua pazienza, tagliò corto Trasone, ingiungendo a Gratiliano: “Sacrifica agli dèi e avrai salva la vita”. Di fronte ad un ulteriore rifiuto non rimaneva che applicare le leggi in vigore: si doveva procedere alla decapitazione.
E’ quanto avvenne: comandò che fossero decapitati fuori delle porte cittadine, presso un torrente. E’ il Rio Purgatorio, tributario del Treia, che scorre tra Pàleri e Civita Castellana.
Consegnati ad un drappello di sgherri, furono trascinati sul luogo del supplizio.
Commovente la preghiera, l’ultima di due labbra innocenti, un credo ed un testamento insieme, con cui i due martiri chiudono gli occhi a questa vita terrena:
“O Signore di tutte le cose visibili e invisibili, che hai inviato l’unico tuo Figlio il Signore nostro Gesù Cristo, per redimerci dai peccati, degnati ora di mandare il tuo santo Angelo ad accogliere in pace le nostre anime e portarci al tuo cospetto, tu cl1e sei benedetto nei secoli. Amen”.

Il Martirio

La mannaia del boia, guizzando con sinistri bagliori, chiuse per sempre la loro bocca, spense la loro voce.
Il martirio è il sigillo della fede. Non vi è prova più chiara e convincente di amore, come ha detto lui stesso: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giov. 15,14).
L’amico indimenticabile, per cui valeva la pena deporre la vita era lui, Cristo stesso. Con brevi tocchi di penna descrive il biografo quei momenti supremi: senza reagire, disteso il collo, “il B. Gratiliano e la B. Felicissima furono subito decapitati dai carnefici del diavolo”.
Sangue, candido come la neve, sgorgò dal collo grondante di Gratiliano: candore niveo, splendente come le vesti di Cristo sul Tabor: sono trasfigurati nel Cristo risorto.
In quello stesso giorno, il padre di Gratiliano, ammirato della forte tempra di carattere del figlio, tratto tipico di famiglia, comprava quel campo inturgidato dal sangue del figlio, sito in contrada Maulano e lo intitolò campo di Gratiliano; ivi dette commossa sepoltura alle spoglie del martire. Era il 12 agosto 269 dell’era volgare.
Erano trascorsi tre giorni dalla sepoltura, quando, a somiglianza di quanto avvenne presso il sepolcro di Cristo, apparvero insieme a due giovani in bianche vesti nel silenzio della notte, ai genitori di Gratiliano, rassicurandoli festosi:
“Guardate vostro figlio sano e salvo per virtù del Signore nostro Gesù Cristo. Non ci piangete come morti, poichè siamo uniti al coro dei SS.Apostoli e Martiri, mentre la mia sorella Felicissima è presso la Regina Madre del Signore Nostro Gesù Cristo”.
Alla testimonianza il martire Gratiliano aggiunse una profezia di consolazione per la chiesa locale:
“Vi annuncio la pace che è stata concessa alla Chiesa di Dio; in questo stesso mese sarà esso a morte Trasone, nemico dei cristiani, ucciso da Claudio Cesare”.
Un passato prossimo che ha valore di futuro profetico, cioè di in un futuro già visto come realizzato. Ha lasciato ai suoi genitori una dolce consegna, che è per noi un testamento:
“Non mi piangete come morto, ma credete nel Signore Gesù Cristo, che può donarvi il perdono di tutti i peccati e concedervi la vita eterna”.

“Dagli atti della Passione di S.Gratiliano e Santa Felicissima”

Fabrica di Roma

Le Catacombe di San Gratiliano e Santa Felicissima

A circa 400 metri dall’antica porta di Giove di Faleri Novi si conserva un’interessante catacomba, denominata dei SS Gratiliano e Felicissima. Essa è ubicata lungo il tracciato stradale che dalla città falisca conduceva a Sutri.
Il monumento, nonostante le dimensioni non trascurabili ed alcune notevoli peculiarità strutturali, è rimasto fino ad oggi praticamente sconosciuto. Devono aver pesato sulla scarsa attenzione rivolta a questa catacomba il grave stato di abbandono e le difficoltà oggettive per uno studio accurato create dal forte interro e dal frequente allagamento degli ambienti.
L’unico contributo specificatamente dedicato al cimitero riscontrabile nella letteratura archeologica risulta essere quello di E. Le Louet, consiste in una breve descrizione del monumento pubblicata nel “Bullettino di Archeologia Cristiana” dell’anno 1880. Prima del Le Louet, l’Henzen credo alludesse alla nostra catacomba quando nel 1844 ricordava a Faleri Novi la presenza di un “ cimitero rassomigliante a què de’ Cristiani; una cava alta penetrante nell’interno della montagna, con loculi nelle due pareti simili perfettamente a quelli delle catacombe, ed alzatisi in più piani fino ad altezza considerevole”.
Alla catacomba di Faleri Novi dovettero lavorare per qualche tempo e con una certa assiduità, alla fine del secolo scorso, anche i redattori della carta archeologica d’Italia, come risulta da una breve nota descrittiva riguardante il cimitero compresa nel materiale concernente il territorio Falisco “pianta e disegni delle catacombe di S.Maria di Falleri”, eseguiti da questi studiosi, non sono più però rintracciabili, né vide mai la luce un loro lavoro d’insieme sulla regione Falisca un capitolo che doveva essere dedicato a “le catacombe Cristiane”.
La catacomba, scavata all’interno di una collina prospiciente un ruscello chiamato Rio Purgatorio, si compone essenzialmente di quattro gallerie grosso modo parallele, aperte a Nord, a breve distanza l’una dall’altra su una scoperta parete di tufo. La caratteristica più notevole dal punto di vista strutturale dell’impianto cimiteriale di faleri Novi è certamente la inusitata larghezza delle gallerie, in alcuni punti superiori ai tre metri, caratteristica questa che avvicina il cimitero alle due catacombe di Bolsena e Nepi. La galleria (a) alta m 3.80 e lunga circa 35 metri, si sviluppò in fasi successive; in un primo momento dovette probabilmente arrestarsi a 4 metri dall’attuale ingresso, di qui verso sud per allontanarsi dalla galleria (b) sino a raggiungere le dimensioni oggi riscontrabili. La galleria (b) doveva estendersi per una larghezza di 2.5-3 metri fino a 20 metri dall’ingresso, la galleria (c) presenta una altezza di circa 4.80 metri ed una lunghezza di circa 17 metri, la galleria (d) di cui rimangono unicamente gli ultimi 17 metri fu scavata con la volta grosso modo alla stessa quota delle vicine B-C. Per la cronologia generale del cimitero non si dispongono elementi particolarmente significativi.
Resti di decorazioni pittoriche sono visibili sul fronte della nicchia del cubicolo, altre si scorgono sulla malta che ricopre la tegola di chiusura di un loculo. Altrettanto scarse e poco indicative sono le testimonianze epigrafiche. Un loculo della parete sud conserva sul bordo inferiore i resti di alcune lettere graffite, esse erano parte di un’iscrizione che fu copiata, più completa dal Pasqui nel 1891: “ Veturius filius ben(e) merite fecit”. Nelle catacombe di SS. Gratiliano e Felicissima si individua il primitivo luogo di sepoltura dei martiri Gratiliano e Felicissima col nome dei quali il cimitero è ancor oggi conosciuto.